Del prima, del durante e del dopo il covid-19 nelle Accademie di Belle Arti Italiane

Scritto nella primavera del 2020.

Si sa, si dice, si scrive, si legge, si argomenta che la vita su questo pianeta non sarà più come prima del covid-19. Panta rei: tutto scorre e muta, da tempi remoti. Ora ne siamo più consapevoli.

Uscire di casa, oggi, ci fa uscire diversi, cambiati. Abbiamo un corpo e una mente trasformati o, più olisticamente, un corpo-mente che ha attraversato “strani giorni”. Ora si ritrova a confrontarsi con sistemi e modelli di esistenza da “inventare”, da “aggiornare” o, più semplicemente, da rimettere in moto, rimettendo in discussione il concetto stesso di “moto”.

Il nuovo spazio delle possibilità per le Accademie di Belle Arti italiane si interseca con quello, a più ampio spettro, delle opportunità nella gestione del bene pubblico e dell’impresa privata.

Iniziamo da ciò che resta immune alla trasformazione, perché immune al virus: l’architettura degli spazi. Tornando in classe, le mura sono le stesse, le macchine sono le stesse. Sono ricordi forse piacevoli di un passato che romanticamente ci riporta a prima del covid-19, quando però, nella maggior parte dei casi, tutto andava male. Poche risorse per le tecnologie, poco personale per garantire una candida igienizzazione quotidiana, pochi metri quadri pro capite per l’esercizio della creatività, pochi fondi per l’acquisto di materiali “da belle arti”, pochi incentivi alla formazione informatica di docenti e amministrativi. Tanto poco. Per invertire la tendenza si può andare incontro a una recessione e avere ancora meno, oppure cambiare rotta e mettere “molto” a disposizione dell’Alta Formazione Artistica. Restare con lo stesso “poco” non sarebbe coerente con il mutamento, né con il dire comune che “nulla sarà come prima”.

Nel processo di riforma del comparto AFAM, costola dell’Università, tante erano le speranze del tempo pre-covid. Prima fra tutte c’era lo stipendio dei docenti, ben lontano da quello dei nostri co-sternati colleghi universitari. In quel tempo andato si pensava che gli artisti valessero meno di qualsiasi altra declinazione del grande sapere: dalla medicina all’ingegneria, dalla giurisprudenza all’architettura, dall’informatica alle relazioni internazionali. Eppure, se il covid-19 ci sta insegnando qualcosa, è che le discipline sono diventate orizzontali e la verticalità ha perso valore. Certo, le star dell’intrattenimento, i cosiddetti artisti, hanno ancora forza comunicativa. Ma essere follower di chi sta chiuso in casa, come me e come te che leggi, non ha poi tanto senso, visto che l’arena dell’esibizione non è più né un palcoscenico né un campo sportivo.

Uno dei concetti portanti dell’età della rete, da un punto di vista antropologico, è che lo schermo interconnesso azzera le distanze e amplifica la comunicazione. Su questi cardini gira adesso la giostra della formazione, dall’asilo fino ai dottorati di ricerca.

Alcuni vivono questa giostra come un’esperienza estrema, da mal di pancia se non da svenimento; altri come una piacevole passeggiata nel già conosciuto. Ma ci siamo sopra tutti, e tutti stiamo mettendo in “moto” dinamiche di relazione che il cervello pre-covid non riusciva a elaborare.

Uno dei problemi più discussi, oggi, nella gestione dell’Alta Formazione Artistica riguarda la distinzione tra didattica a distanza di tipo teorico e didattica a distanza di tipo laboratoriale. A ben guardare le Offerte Formative di tutte le Accademie, però, ci si accorge che il problema è mal posto già sul piano lessicale. Tra le tipologie di attività formativa dei Piani di Studio, la parola “laboratoriale” (che le griglie ministeriali indicano con L) è praticamente scomparsa. L’Offerta Formativa si snoda esclusivamente tra discipline teoriche e discipline teorico-pratiche: a cercarle col lanternino, discipline prettamente laboratoriali non se ne trovano più.

Provo a spiegarmi in termini semplici, anche per chi non mastica di progettazione didattica AFAM. A distinguere le tre tipologie (laboratoriale, teorico-pratica e teorica) è il rapporto tra due quantità. Da una parte ci sono le ore di lezione che il docente è tenuto a svolgere in classe. Dall’altra ci sono le ore di studio che lo studente è tenuto a svolgere a casa, o in biblioteca, al parco, dove preferisce. Insieme servono a ottenere i Crediti Formativi da conseguire, dopo l’esame, nel viaggio verso il Diploma Accademico. Quanto mi sarebbe piaciuto chiamarlo Laurea! Ma per legge quelli dell’AFAM sono Diplomi: accademici, certo, ma pur sempre diplomi, che echeggiano più la scuola dell’obbligo che l’Università.

Il dramma semantico va a braccetto con quello dell’asimmetria stipendiale.

Fortunatamente, per gli studenti, il Diploma Accademico è equipollente alla Laurea. Una conquista, certo. Da un lato, però, il mercato del lavoro cerca professionisti, che vanno formati con un corpo docente per più della metà precario. Dall’altro, il mercato dell’arte cerca artisti capaci di inventarsi le proprie nicchie. Così la matassa è difficile da sbrogliare senza un cambio di “moto”. Torniamo però alla questione, in apparenza più pressante, delle fantomatiche discipline “laboratoriali”, che in realtà sono disseminate tra quelle “teorico-pratiche”.

Il motto accademico “tra tradizione e innovazione” è diventato più uno slogan di marketing che un’azione critica nell’agire post-moderno. È l’agire che ha sancito la fine delle “grandi narrazioni”, come ci ha ricordato Lyotard, o l’epoca post-warholiana delle “frontiere ovunque” descritta da Danto. Ma qui rischio di perdere il lettore meno addentro alle questioni filosofiche. Torno quindi sul pratico, per capire che cosa significhi il vecchio mantra “tra tradizione e innovazione” quando si organizza la didattica a distanza. Penso soprattutto alle discipline che più dipendono da spazi attrezzati a laboratorio di creazione artistica. Storicamente sono Pittura, Scultura, Decorazione, Grafica d’Arte e Scenografia, ossia i primi cinque Diplomi Accademici, identificati dai codici 01, 02, 03, 04 e 05.

Procedo dal particolare al generale, cominciando da una disciplina che già nel nome incute timore: “Tecniche del marmo e delle pietre dure”. Evoca rumore e polvere, ed è poco adatta a uno spazio domestico, condiviso con la famiglia o solitario che sia. Come si può svolgerla a distanza?

Credo che la risposta, in questo momento, vada cercata più nella tradizione pre-elettrica che nell’innovazione post-elettrica, i cui strumenti hanno velocizzato, amplificato e mutato il senso stesso delle tecniche del marmo e delle pietre dure. Ecco alcuni presupposti da cui attivare un nuovo “moto” nella comprensione di questa disciplina:

  • martellina e scalpello;
  • conoscenza geomorfologica;
  • ricerca di pietre dure nei dintorni;
  • attenzione per ciò che si ha, e che si aveva, anche se poi il post-modernismo l’ha volutamente cancellato;
  • pratica in piccolo, bozzetto, schizzo;
  • analisi del passato e riscoperta delle tradizioni.

Tutto questo in attesa di riaccendere gli utensili elettrici, inforcare mascherine superprotettive e impolverarsi dalla testa ai piedi per realizzare grandi sculture. Ma, come recitava uno slogan pubblicitario di qualche anno fa, è tempo di invertire: di pensare a sculture grandi in termini di qualità percettiva, per l’artista e per il suo futuro pubblico. Fermo restando che, se l’AFAM vuole entrare nell’Università, deve smettere di considerare “artisti” gli studenti. Sono studenti e basta. Artisti lo saranno: stanno studiando per diventarlo, ma finché non concludono il ciclo di studi non lo sono, proprio come ci insegnano ingegneri e medici.

Un’altra disciplina in ansia da didattica a distanza, letteralmente sotto torchio, è la Grafica d’Arte. Le sue tecniche incisorie sono avvolte in nubi di acidi, aspirate da costosissime cappe. Non a caso, negli anni in cui la condizione postmoderna descritta da Lyotard diventava senso comune, alcuni incisori pensarono bene di rivolgersi a tecniche meno tossiche. Con pratiche alternative ottennero risultati all’altezza delle migliori acqueforti o ceramolli. Qui, come accade per buona parte della Pittura, la creatività e la produzione artistica sono soggiogate dall’industria dei materiali per le belle arti. Sono rari i casi in cui uno studente impara l’antica arte dei pigmenti o della preparazione degli inchiostri. Eppure proprio questa tradizione potrebbe portare un’innovazione inattesa in discipline strette in un doppio legame con i materiali industriali.

Le nostre case, anzi il pianeta intero, soffrono di un surplus di carta, plastica e materiali vari. Possono diventare oggetto di studio e di ricerca, occasioni per mettersi alla prova creativamente. Si possono simulare le condizioni pre-elettriche che hanno strutturato tutta la storia dell’Arte fino alla Rivoluzione Industriale. Tornare non a prima del covid, ma a molto prima: è questa la strada per accendere laboratori casalinghi. In questi laboratori lo studente impara qualcosa che, ne sono certo, contribuirà a definire il suo essere “giovane artista” dopo il diploma.

Così la Grafica d’Arte può liberarsi dall’incombenza del torchio, strumento pensato per le grandi tirature su matrici e carte pregiate. In questa fase di laboratorio a distanza può rivolgersi a piccole tirature, magari a sperimentazioni monotipiche. I materiali pregiati cedono il posto a quelli di recupero, senza perdere il processo che porta dal bozzetto a matita alla matrice e quindi alla stampa. Gli introvabili rulli calcografici, se si guarda a Oriente, dove la xilografia è nata, possono essere reinventati con tamponi costruiti frugando in dispensa: una spugna presa dal lavandino, una pelle di daino dal garage.

Penso che questo allarghi lo spettro della ricerca sulla Stampa d’Arte che uno studente può sperimentare restando a casa.

L’idea post-covid è che la casa diventi una palestra del contemporaneo. È uno spazio che da passivo si fa proattivo, intervenendo e interagendo nel percorso formativo dello studente delle cinque Scuole della tradizione accademica. Innovazione è anche riscoperta del passato. Le pratiche e le ricette della Storia dell’Arte sono state sepolte dalla coltre post-moderna della velocità a tutti i costi. Tra quei costi c’è stato anche quello di dimenticare la natura stessa dei materiali che hanno determinato il fascino dell’antico.

Penso che nei trent’anni precedenti la tradizione sia stata tradita e l’innovazione solo evocata.

Penso che ognuno di noi, docenti AFAM, debba “depensare”, come direbbe Carmelo Bene, il proprio agire per renderlo aderente al presente. Formare un artista di domani è complesso quanto formare un avvocato o un biologo. È questo il nuovo “moto” che diventa “motto” per la sospirata riforma delle Accademie di Belle Arti italiane.

Per evocare l’innovazione come funzione che dovrebbe far collassare la funzione formativa sulla tradizione, l’Alta Formazione Artistica ha ampliato l’Offerta Formativa e si è dotata di nuove Facoltà. No, scusate: non possiamo chiamarle Facoltà, è lessico universitario. Si chiamano Scuole, giusto per non scivolare di nuovo dal Diploma Accademico alla Laurea.

Alle cinque Scuole storiche (01 Pittura, 02 Scultura, 03 Decorazione, 04 Grafica e 05 Scenografia) se ne sono aggiunte altre cinque:

  • 06 – Scuola di Progettazione artistica per l’impresa;
  • 07 – Scuola di Restauro;
  • 08 – Scuola di Nuove tecnologie per l’arte;
  • 09 – Scuola di Comunicazione e valorizzazione del patrimonio artistico contemporaneo;
  • 10 – Scuola di Didattica dell’arte.

La nascita di queste Scuole è stata preceduta dalla definizione di un ventaglio di nuove discipline. L’obiettivo era ricucire le smagliature tra tradizione e innovazione, tra il presente espanso post-moderno e la necessità di alzare il tasso di inserimento dei diplomati nel mondo del lavoro. Questo valeva anche per i diplomati di secondo livello, grazie al Processo di Bologna e al percorso di studi 3+2.

Qui la questione si fa spinosa, perché, stando alla logica pre-covid, l’Arte rientra nel regno della minima attenzione da parte del pensiero capitalistico dominante. Si è pensato di fondare cloni pseudo-universitari come le non-facoltà (ma Scuole) 06, 07, 08, 09 e 10. Così l’Alta Formazione Artistica avrebbe raggiunto i numeri necessari alla propria sopravvivenza nella giungla del libero mercato, dove conviene studiare da squali piuttosto che da tartarughe.

Queste nuove Scuole soffrono della stessa penuria di risorse. Hanno in più uno svantaggio, anche percettivo, legato alla natura immateriale di alcuni materiali di consumo indispensabili alla loro esistenza, come le licenze software. Nell’epoca pre-covid i software necessari a una didattica tecnologicamente avanzata non rientravano nella programmazione finanziaria di molte Accademie. Il fardello ricadeva sulla buona volontà dei docenti e sulla digitalità nativa degli studenti, costretti a barcamenarsi tra applicativi open source e applicativi usati issando maldestramente la bandiera dei pirati. Ora che ci siamo nel mezzo, ci accorgiamo di quanto i servizi informatici siano un’infrastruttura necessaria. Nel post-covid questa situazione non potrà più essere tollerata. I programmi didattici dovranno essere sostenuti da risorse adeguate per il software da mettere a disposizione dei laboratori a orientamento tecnologico.

Molto spesso le nuove Scuole sono nate senza spazi adeguatamente attrezzati. Confortati dal fatto che ormai tutti gli studenti hanno un computer, si è pensato di allestire laboratori volanti fatti per lo più di prolunghe e ciabatte elettriche. Concettualmente era un’idea brillante; nei fatti si è rivelata un fallimento formativo.

Ma questa non è innovazione, né tanto meno Alta Formazione.

Paradossalmente, la clausura interconnessa che stiamo vivendo ha creato spazi di relazione e collaborazione, fondati sul cyberspazio del web. Questi spazi stanno accelerando alcuni processi di apprendimento legati alle discipline tecnologiche. Per fare didattica online tutti devono avere un computer. Gli studenti che a casa avevano solo il “fisso” oggi possono finalmente seguire con attenzione le lezioni sugli applicativi per la progettazione, la creazione e la distribuzione di forme d’arte. In queste forme, per dirla con Baudrillard, le immagini elettroniche diventano più reali della realtà fisica. Seguendo questo concetto, ci stiamo accorgendo che la simulazione della classe virtuale diventa più classe della classe fisica. Davanti allo schermo siamo tutti più prossimi, distribuiti in finestre che certo si aprono sul privato delle nostre case. Eppure quelle finestre amplificano la relazione studente-docente e studente-studente.

La tecnologia, e più in generale i media di comunicazione, sono amplificatori tanto dal punto di vista ingegneristico quanto da quello percettivo. Per questo propongo di ridefinire alcuni concetti chiave come il Credito Formativo, introducendo nuovi rapporti tra ore di lezione e ore di studio. Penso che un’ora di lezione a distanza ne valga almeno tre. Penso che il concetto di presenza, o di frequenza obbligatoria, sia superato nel momento in cui l’accesso è orizzontale. Lo studio individuale, infatti, si organizza intorno a risorse e materiali didattici messi a disposizione dal docente e “sempre disponibili”. Penso che quanto stiamo imparando come docenti in questa fase sia l’aggiornamento di un sistema formativo a rischio di obsolescenza. Penso che per affrontare il prossimo futuro servano alcuni ingredienti indispensabili: la libera circolazione delle idee e delle pratiche, la riscoperta del passato remoto pre-elettrico e l’amplificazione cognitiva data dallo stare sempre connessi su temi critici per l’Alta Formazione. In quel futuro, tra mascherine e app di tracciamento, torneremo ad abitare le stesse mura che abbiamo lasciato qualche mese fa.

Bibliografia

  • Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, 1981 [ed. orig. 1979]
  • Arthur C. Danto, in Learning Mind: Experience into Art, University of California Press, 2010
  • Carmelo Bene, Cos’è il teatro? La lezione di un genio, Marsilio, 2014
  • Jean Baudrillard, Simulacri e impostura, PiGreco, 2008 [ed. orig. 1981]
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