Scritto nel novembre 2018.
Nel secondo appuntamento del progetto 12 WINDOWS, Giancarlo Chielli, direttore artistico della sezione di arte contemporanea del Festival La Terra del Pane, è riuscito a sorprendere, incantare e spaesare il pubblico che ha attraversato la Sala Mostre incastonata nelle palazzate del rione San Biagio, nei Sassi di Matera. Il festival è promosso dalla Fondazione Sassi, che è anche Project Leader per Matera 2019.
La WINDOW #2, la mostra Hunger inaugurata il 9 novembre 2018, è coincisa con l’anteprima del Festival La Terra del Pane: tre giorni di appuntamenti intensi, con al centro l’arte contemporanea, il teatro, la musica, la poesia e la discussione intellettuale sui temi del pane e della terra. Giancarlo Chielli ha voluto far sentire il respiro dell’Europa con una mostra che non traccia relazioni lineari con la tradizione e il territorio, ma elabora un percorso complesso, in cui il pane e la terra diventano aggregatori di tensioni visive. A esprimerle sono le opere dei giovani artisti invitati dal curatore sloveno Martin Petrič. La scommessa è puntare sull’Europa per incidere sul futuro della Basilicata e della Puglia, con una mostra inaspettata in cui tornano centrali, nel discorso e nel mercato dell’arte contemporanea, la pittura, la fotografia e il disegno.
Sorprende ritrovarsi in stanze dove alle pareti sono appesi dei quadri: la tela, quel medium che ha attraversato la crisi post-moderna, quando la rappresentazione è stata superata a favore dei comportamenti. È un cambiamento di paradigma che la pittura sembrava non riuscire a reggere, chiusa in una figurazione statica; e invece si ripresenta con forza, come mezzo di singolare bellezza per continuare a fermare nel tempo immagini che vale la pena di dipingere. La pittura dell’artista polacco Lech Kolasiński coglie il senso della resistenza e della necessità del gesto pittorico come strumenti di critica della contemporaneità e di sottile sovversione politica. Come spiega lo stesso Kolasiński: “Per le persone provenienti da grandi città, la necessità di contatto con la natura diventa un’esigenza mistica. Nella ricerca di un domani migliore, non vediamo le possibilità di fermarci e capire questo domani. La fame di natura è come la fame di pane. Il paesaggio può diventare il momento della calma. Fermati, senti, ripensaci”. I quadri esposti sono squarci di una natura in agguato: la calma e il senso di sicurezza che emergono dalla composizione si aprono a pensieri dissonanti, di fronte a un ambiente devastato dall’ideologia capitalista.
L’incanto si palesa negli scatti della coppia di fotografi sloveni Andrej Lamut e Mirjam Čančer, che hanno realizzato una serie di lavori espressamente per gli spazi della Sala Mostre. Con l’avvento degli smartphone la fotografia è ormai alla portata di tutti, ed è un’arte difficile da riconfigurare nell’immaginario comune, perché il mezzo attraversa una fase di estrema banalizzazione. Ma la fotografia non è solo scatto (con il digitale, anzi, è soprattutto scelta tra migliaia di scatti): la loro guarda al passato del laboratorio fotografico, dove ci si prende cura della chimica dello sviluppo e della preziosità della carta. Partendo dal tema del pane, Lamut e Čančer si chiedono perché stiamo iniziando a respingere qualcosa che è sempre stato sinonimo di buono e giusto, e accennano una risposta: “forse è la propaganda o semplicemente la natura umana, a rivoltarsi contro le nostre stesse creazioni. Nelle fotografie vogliamo ritrarre il pane e il rapporto umano con esso, cosa succede quando abbandoniamo il nostro pane e proviamo persino a immaginare il mondo senza di esso”.
Lo spaesamento, infine, si realizza nell’allestimento dei disegni del giovanissimo artista rumeno Cătălin Tăvală, che come piccoli vortici agitano le acque della percezione del pane e della terra. Se il corpo di Cristo si è fatto pane per nutrire l’anima di popoli storicamente lacerati da guerre e carestie, i corpi contemporanei deturpati da malattie o incidenti si sono fatti pietre da scagliare nello stagno del torpore sociale, alimentato da politiche europee incapaci di prendersi cura dello spirito dei loro popoli. Secondo Tăvală “disegnare è la sfida per analizzare una possibile immagine oggettiva della realtà e per raggiungere qualcosa di soggettivo con mezzi specifici. Questo si traduce nella creazione di un’intima connessione tra il reale percepito superficialmente e il reale interpretato criticamente”. Nei disegni di Tăvală non c’è spazio per l’immaginazione: c’è spazio, invece, per la presa di coscienza del drammatico presente.
La sfida lanciata dal direttore Chielli è chiara: l’arte contemporanea può e deve riassorbire le Belle Arti che l’hanno generata. Il progetto stesso delle 12 WINDOWS nasce con l’intenzione di mettere in relazione critica curatori e artisti, lavorando su due fronti. Da un lato il potenziamento delle espressioni artistiche della tradizione, di cui le Accademie hanno il dovere di conservare le pratiche. Dall’altro le interferenze culturali extranazionali, necessarie per consolidare una comunità di artisti capaci di leggere, senza le pressioni del mercato, le frastagliate spigolature dell’innovazione.
La mostra Hunger presenta tre sguardi provenienti dall’Europa centro-orientale: territori geograficamente lontani, ma coinvolti negli stessi tempi nei processi di trasformazione sociale e culturale innescati prima dalla rivoluzione industriale e poi amplificati dalla rivoluzione delle telecomunicazioni.
Cosa sta succedendo nella nostra vita quotidiana? Quali sono i nostri ideali? Come pensiamo di gestire i benefici e i pericoli per noi stessi e per la nostra cultura? C’è qualcosa di importante che ci manca?
A partire da queste domande guida, il curatore Martin Petrič ha costruito un percorso espositivo difficile da collocare nel tempo: potrebbe essere una mostra di cento anni fa, come una mostra capace di resistere anche al prossimo secolo. Trova però una collocazione perfetta negli spazi che la Fondazione Sassi dedica all’arte contemporanea. Petrič attribuisce all’arte una chiara funzione politica e sociale: “sono le idee a far crescere una comunità, a organizzare i governi e a orientare i mercati. Molte di queste idee, che influenzano silenziosamente il nostro comportamento quotidiano, sono costrutti politici che assorbiamo attraverso i mass media. Qui, secondo me, c’è un grande potenziale per l’arte, e gli interventi proposti provano sia a innescare cambiamenti nel modo di pensare il nostro comportamento quotidiano, sia ad aiutare a trasformare le nostre società in meglio”. Sposando questa visione, il direttore Giancarlo Chielli rigenera uno spirito artistico che la crisi economica ha voluto assoggettare alla vanità, ma che adesso, scosso dai venti della creatività dell’Europa centro-orientale, torna a orientare i valori del contemporaneo verso il pensiero critico sulla realtà.
