La storia di Oistros (Parte1). Di Alessandro Santoro

Gli studi sull’esperienza dell’Odin e dell’Oistros a Carpignano Salentino da giugno a ottobre del 1974 contano oramai diverse decine di titoli ed è difficile aggiungere qualcosa di nuovo, ma ogni occasione è buona per riaprire i cassetti della memoria e offrire alcune riflessioni a mente fredda e nuove domande. Intanto credo sarebbe utile spiegare come mai un gruppo teatrale come l’Odin Teatret, con sede ad Holstebro nel Nord-Ovest della Danimarca nel giugno del 1974 finisca in uno sperduto paese del Salento. Oggi non suona strano sentir parlare di ‘residenze’ o ‘dimore’ teatrali, di ‘radicamento’, di ‘laboratori’. Nei primi anni Settanta del secolo scorso le compagnie e i gruppi teatrali, o portavano in ‘tournèe’ i loro spettacoli in quelle città che possedevano edifici teatrali agibili, oppure attraverso il decentramento operato da alcuni Teatri Stabili come quello di Torino facevano l’animazione. Ma questi ultimi erano, per così dire, mosche bianche. L’Oistros, costituito su sollecitazione e incoraggiamento di Sandro D’Amico nel 1969, aveva già realizzato una fitta serie di esperienze che ne avevano segnato il destino di gruppo universitario. Intanto aveva scelto di esaltare l’aspetto del teatro che ne faceva uno speciale strumento di conoscenza. Il lavoro di messa in scena della novella di Franz Kafka, “Una relazione accademica”, proposto e guidato da Giorgio Pressburger, era di fatto diventato un articolato percorso di ricerca sulla vita sociale degli scimpanzé, sull’informatica applicata ad un testo letterario, alle tecniche di addestramento degli animali selvatici, al patrimonio musicale dei marinai, ecc. Un percorso accidentato tra letteratura e teatro, arte e scienza, etologia e antropologia, musica e ginnastica acrobatica. Lo spettacolo come prodotto da vendere a degli spettatori-consumatori era stato confinato a un ruolo totalmente marginale. Gl’interventi di animazione nelle scuole, nell’ospedale psichiatrico, in un convento di Cassano Murge che ospitava bambini disadattati durante un seminario con Giuliano Scabia, presso il Centro AIAS di Cutrofiano coi ragazzi disabili ci avevano fatto capire quanto il teatro ci poteva aiutare a far emergere i problemi del nostro territorio e il ruolo che potevamo e dovevamo assumere rispetto ad essi. In altre parole il teatro ci trascinava naturalmente verso le zone della diversità, delle persone meno garantite, delle comunità più esposte alle ingiustizie e ci chiedeva di prendere posizione. I membri dell’Oistros avevano individuato nella istituzione scolastica un territorio ‘sensibile’ al cambiamento. Per aprire le porte del Liceo Classico di Maglie fu chiesto l’aiuto di Carlo Quartucci che, insieme a Carla Tatò stava realizzando un percorso simile al nostro, utilizzando in aggiunta uno strumento come il video – tape per ‘caricare’ immagini dalle borgate romane e ‘scaricarle’ come tassello di una nuova drammaturgia. Infine, durante le spedizioni alla ricerca di brani da inserire nello spettacolo da Kafka, l’Oistros, che allora si chiamava GUT (Gruppo Universitario Teatrale), poté costatare che il Salento era uno scrigno pieno di elementi musicali e di percorsi rituali e fu in questa occasione che incontrò la disponibilità e l’affetto di Giovanna Marini. Può apparire strano, ma i salentini del GUT Oistros dovettero prendere atto che lei, romana, era molto più avanti nella ricerca della tradizione musicale di Calimera e Cutrofiano, di Zollino e Sternatia . Il manifesto, pubblicato su “L’erba voglio”, aveva un titolo impegnativo: Liberare mani, scucire bocche ed era il risultato di feroci discussioni all’interno del gruppo. La costituzione di una sezione dedicata al recupero e riproposizione del patrimonio musicale salentino non servì a scoraggiare la scissione di alcuni ‘attori’che, sostenuti da Rina Durante, diedero vita al Canzoniere Grecanico Salentino superando l’ostacolo della mercificazione di un patrimonio di tutti con la giustificazione che la vendita di spettacoli di musica popolare fosse l’unico modo per pagarsi la ricerca sul campo. E anche la scelta di chi voleva un’attività teatrale senza spettacolo si ritrovava emarginato persino da chi, come il PCI provinciale, scimmiottava in tema di attività culturali e artistiche le posizioni dei conservatori. Paradosso dei paradossi, il leader del gruppo, Gino Santoro, cioè mio padre, in quegli anni faceva parte della commissione culturale nazionale del PCI, coordinata da Bruno Grieco che sosteneva con grande convinzione le realtà sperimentali del teatro italiano, e ancora oggi non riesce a dimenticare la faccia di un dirigente leccese del PCI al quale era stato rivelato che la spedizione antropologica di Ernesto De Martino per studiare il ‘deprecato’ fenomeno del tarantismo era stata finanziata proprio dal PCI. Bisognava prendere atto che per “Liberare mani, scucire bocche” nel Salento era necessario aprire nuove strade. Quali? E qui il caso la fa da padrone. In estrema sintesi: nell’autunno del 1972, mio padre era a Venezia per un lavoro di ricerca sui periodici teatrali. In un bar davanti al teatro La Fenice per prendere un caffè con Luigi Squarzina, viene informato proprio dallo stesso regista che la sera era in programmazione uno spettacolo di un gruppo scandinavo diretto da un regista salentino sul quale aveva sentito pareri molto discordanti. L’elemento che fa scattare la voglia di capirne qualcosa in più è quello relativo al numero di spettatori: 60, nemmeno uno in più. Usando come carte di credito la sua magrezza e la sua salentinità riesce ad ottenere da Eugenio Barba un ritaglietto di posto alla fine di una panca. Min Fars Hus, La casa del padre non è uno spettacolo, ma una vera esperienza di transe. Spedisce a Eugenio le sue ‘reazioni’ insieme alla proposta di portare La casa nel Salento. La risposta è scura: un attore è caduto e si è fatto male; La casa non potrà girare. Il 1973 è l’anno di Camion e del Liceo Capece di Maglie. E’ anche l’anno del colera e delle domeniche a piedi. L’insegnamento di teatro è stato sdoppiato e a ricoprirlo è arrivato Ferdinando Taviani, buon amico di Barba e dell’Odin. I membri dell’Oistros si trasformano in carpentieri e preparano una pedana in legno di pochi centimetri d’altezza nell’atrio del primo piano dell’ex Sperimentale Tabacchi. La sera c’è Min Fars Hus, ma tutte le mattine e i pomeriggi nella Biblioteca di Storia del Teatro – ora Fondo D’Amico – appena acquistata, c’è il seminario. Eugenio racconta della nascita del gruppo ad Oslo nel 1964, del trasferimento ad Holstebro, delle attività collaterali di formazione e animazione culturale… Non vuole interventi o domande a voce, pretende che vengano scritte. E’ durante uno degli incontri del seminario che emerge la proposta di un lavoro di lunga durata in un territorio senza teatro. Dopo la partenza dell’Odin si continua a discutere. Alla fine dell’inverno c’è una bozza di progetto e le candidature di alcuni paesi dell’entroterra salentino. A marzo il gruppo Oistros è in Danimarca con l’obiettivo di precisare il progetto dopo aver attraversato le situazioni più significative della realtà danese: scuole, comunità e persino il Ministero della cultura. Al ritorno la battaglia per il referendum sul divorzio in compagnia del compianto Bruno Cirino e i contratti per le abitazioni che a Carpignano avrebbero dovuto ospitare sia i salentini che i ‘danesi’. Loro nel Castello di Carpignano e in quello di Serrano. L’Oistros avrebbe avuto due appartamenti e la ex pizzeria per lavorare. La sera del 13 maggio 1974 mio padre discute sull’affitto di un locale che si affaccia su Piazza Santa Maria delle Grazie, chiamata, appunto, la ex pizzeria arriva la notizia che a Carpignano, come in Italia ha vinto il ‘no’ all’abrogazione della Legge Fortuna – Baslini. Il progetto non poteva cominciare con auspici migliori. Nei cinque mesi di lavoro a Carpignano sono accadute tante cose. Sulle onde della memoria continuano a galleggiare parole come ‘baratto’, ‘terzo teatro’, ‘Festa te lu mieru’, ‘antropologia teatrale’…Da allora l’Odin ha intrattenuto un dialogo fitto col Salento e con la Puglia attraverso due sessioni dell’ISTA. Meraviglia che un’esperienza fra le più complesse e affascinanti che ha segnato in modo profondo il teatro contemporaneo non abbia trovato uno spazio adeguato nella politica teatrale della Regione Puglia. Eppure avevamo qualche ragione per pensare che la primavera di Carpignano e del Salento fosse parte integrante, anche se un po’ precoce, della Primavera pugliese. E, comunque, quando ai primi di giugno del 1974, gli attori dell’ Odin approdarono a Carpignano, l’Oistros avevamo già preparato tutto: contratti per le abitazioni e per gli spazi da usare come laboratori, elenco dei gruppi e delle singole persone con interessi rivolti ad attività culturali e politiche, personaggi ‘speciali’ della comunità carmignanese, ecc. Ma soprattutto era ben salda la convinzione che col teatro avrebbero cambiato il Salento. Cioè …il mondo. La sensazione che avevano era che con l’arrivo di Eugenio Barba e i suoi compagni nella trincea di Carpignano avremmo potuto cambiare il destino del Salento sarebbe cambiato; un’idea che era emersa quattro- cinque anni prima e si era consolidata attraverso le numerose esperienze di animazione teatrale nelle scuole del Salento e, soprattutto con le attività con i ragazzi disabili del Centro AIAS di Cutrofiano. Questo, almeno, quanto afferma mio padre che mi ha anche autorizzato a frugare nelle sue carte. Decine di cartelle che, tuttavia, non sono riuscite a darmi una immagine compatta di quelle esperienze che hanno visto la partecipazione di centinaia, forse migliaia di persone. E, allora, ecco la mia proposta: pubblicherò su questo sito una scelta di materiali che documentano e descrivono ciascun’esperienza. Sarebbe davvero interessante che coloro che vi hanno partecipato a qualsiasi titolo e mettano a disposizione testimonianze e documenti, foto, ritagli di giornale…reazioni. Perché se è vero che nel 1974 ebbe inizio una profonda trasformazione non solamente nel teatro, ma in numerosi settori delle culture del territorio salentino, è importante, credo, capire quanto si è deviato e quanto è rimasto nelle traiettorie abbozzate in quegli anni.

 

(continua)